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Donazione in ricordo di Ernesto Cilento

di Grazia Maria De Ianni, membro attivo dell’Associazione Amici di Capodimonte onlus


Le collezioni del Museo di Capodimonte si arricchiscono con la scultura in cera Figura femminile in decomposizione o Vanitas.
Il mezzobusto in cera, modellato con accurata ricerca anatomica e profonda partecipazione emotiva, ritrae una Figura femminile in decomposizione o Vanitas, il cui volto, un tempo bellissimo, è segnato dalla morte inesorabile. Splendido e inquietante memento mori della tradizione barocca, un soggetto particolarmente comune a partire dagli inizi del Seicento, secolo caratterizzato dalla terribile peste che falcidiò buona parte della popolazione napoletana. La morte, il dolore, costantemente presenti nella vita quotidiana dell’epoca, diventano temi privilegiati nell’immaginario degli artisti. Le opere riflettono il clima della Controriforma, tanto che si può parlare di una certa “estetica del cadavere”, terrorizzante e commovente insieme, che caratterizza la religiosità barocca dei paesi cattolici. Alla diffusione di questo immaginario contribuirono la guerra dei Trent’anni e il dilagare in tutta Europa di terribili epidemie, oltre che i coevi studi di anatomia e il progresso delle scienze mediche.
La Vanitas, creazione di scuola dell’Italia meridionale, proviene da una collezione privata palermitana e può datarsi tra l’ultimo quarto del XVII e gli inizi del XVIII secolo. L’opera, già esposta a Napoli nelle mostre Civiltà del Settecento e Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli, presenta strette corrispondenze con il rilievo noto come La Scandalosa della Congrega di Santa Maria Succurre Miseris detta dei “Bianchi della Giustizia” a Napoli, un bassorilievo in cera policroma che sviluppa la medesima iconografia arricchita da animali immondi. Stilisticamente la Vanitas mostra diverse affinità con la coeva scultura barocca, in particolare nel manto frastagliato che raccoglie le ombre delle pieghe, e soprattutto nella testa reclinata con la bocca spalancata a mostrare i denti, in un'espressione che è la deformazione dolorosa dell'estasi delle sante e beate berniniane.
L’acquisizione della Vanitas è di grande valore storico artistico per la cultura napoletana, e colma un vuoto nelle collezioni di Capodimonte che conservano alcune ceroplastiche con soli soggetti di genere di gusto settecentesco, mentre mancano totalmente cere di tale impatto espressivo e di forma tridimensionale. L'opera, per i temi della caducità della vita e della penitenza corporale incarnati in un busto femminile, può essere accostata al dipinto con la Maddalena penitente di Jusepe Ribera. Il forte naturalismo e la resa iperrealista si inseriscono nel filone della pittura caravaggesca così viva a Napoli, di cui il Museo di Capodimonte vanta diversi straordinari esempi.
La scultura in cera condivide la sua estrema attenzione ai dettagli con alcune delle più grandi opere d'arte che raccontano l’eccezionale perdita di vite umane avuta a seguito della pestilenza: Piazza Mercatello durante la peste del 1656 di Micco Spadaro (Napoli, Museo di San Martino) e i due bozzetti superstiti di Mattia Preti per le porte di Napoli, conservati anch’essi al Museo di Capodimonte. La struggente componente religiosa della Vanitas ricorda inoltre l'altro grande monumento napoletano dell’epoca: la gigantesca pala di Luca Giordano, sempre a Capodimonte, San Gennaro intercede per la peste.
L'opera è entrata a far parte definitivamente delle collezioni del Museo di Capodimonte a seguito dell’attività di promozione al mecenatismo svolta dall’Associazione Amici di Capodimonte, e grazie alla sensibilità e alla generosità della Socia Benemerita Grazia Maria De Ianni.

 

 

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