Al momento stai visualizzando <strong>Presentazione dell’opera</br><i>Damasa</i></br>di Gian Maria Tosatti</strong></p>a cura di Sylvain Bellenger</br>con Luciana Berti</p>2 dicembre 2023</br>ore 11:30</p>Museo e Real Bosco di Capodimonte</br>Sala Caravaggio – Secondo piano</p>

Presentazione dell’opera
Damasa
di Gian Maria Tosatti

a cura di Sylvain Bellenger
con Luciana Berti

2 dicembre 2023
ore 11:30

Museo e Real Bosco di Capodimonte
Sala Caravaggio – Secondo piano


Il 2 dicembre 2023, presso la sala Caravaggio al secondo piano del Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Direttore Generale Sylvain Bellenger, presenta alla stampa e al pubblico l’opera Damasa di Gian Maria Tosatti. L’installazione, allestita permanentemente nella sala 82 della Reggia, è acquisita in collezione grazie al sostegno del PAC 2022-2023 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Alla presentazione parteciperanno in conversazione con TosattiSylvain Bellenger, curatore del progetto, Angela Tecce, Presidente della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee – Museo Madre di Napoli, Lia Rumma, gallerista e collezionista, Luciana Berti, assistente di direzione del Museo.

In occasione della presentazione di Damasa, opera dedicata ad Anna Maria Ortese, sono esposte all’ingresso della sala le sculture Levriera che allatta i cagnolini (1839) e Gesù Nazareno (ante 1857), legate alla produzione dello scultore Giuseppe Vaccà, nonno materno dalla scrittrice napoletana, spesso evocato nelle sue pagine.

Damasa a Capodimonte

Realizzata ed esposta a Napoli per la prima volta nel 2017, Damasa è l’installazione ambientale ideata come casa dell’anima di Anna Maria Ortese, la principale autrice che la città ha avuto nel suo Novecento letterario. Il titolo dell’opera deriva dal nome che la scrittrice diede a uno dei personaggi del romanzo sperimentale Il porto di Toledo, nel quale riconosciamo il suo alter-ego.

Accogliendo la volontà dell’artista di non esporre l’opera lontano da Napoli, Sylvain Bellenger, nel doppio ruolo di Direttore del Museo di Capodimonte e di curatore del progettoha destinato la sala 82, al secondo piano della Reggia, all’esposizione permanente dell’installazione, restituendo uno spazio reale e al contempo visionario alla scrittrice e infrangendo l’esilio che ha lungamente relegato Ortese, morta in solitudine a centinaia di chilometri di distanza, sognando ancora la sua città.

Grazie a questa acquisizione, Damasa trova la sua dimora d’elezione in una delle sale del museo significativamente affacciata verso il porto, situata in continuità con la Sezione di Arte contemporanea, lungo il percorso espositivo dedicato al Seicento.

L’opera

L’installazione ambientale di Tosatti riproduce uno spazio domestico. In una camera unica, circondata da cumuli di cenere e di giornali bruciati, su un vecchio pavimento, trovano spazio alcuni mobili, un letto, un tavolo e una sedia. Su di essi è in corso una trasformazione, il legno, le lenzuola o un pezzo di pane mutano la loro sostanza in onice bianco, una materia che, nella poetica di Tosatti, è spesso usata come analogia dell’animaCome in altre opere dell’artista – Tetralogia della Polvere (Novara, 2012) o Elegia (permanente presso la stazione della metropolitana di Scampia a Napoli, 2019) – la presenza degli esseri che vivono un luogo porta ad una osmosi, tra ambiente e umanità. Anche qui, la materia si contamina con lo spirito di chi abita lo spazio.

Damasa, è un’opera complessa. Intreccia lancinanti elementi biografici dell’artista e della scrittrice cui è dedicata. Riproduce uno spazio dell’anima del primo e una stanza trasfigurata simile alle tante in cui la seconda ha vissuto tra Roma, Milano, Genova e Rapallo, dopo aver lasciato Napoli.

Come in molte installazioni di Tosatti, però, il pretesto non è che l’occasione per costruire uno schermo in cui ogni visitatore può proiettare qualcosa che ha bisogno di dire a se stesso.

Damasa è, assieme, un atto politico, che tende a ricucire uno strappo nella storia di questa città, e una verità intima che ognuno può leggere a modo suo. Come afferma l’artista: «Le nostre storie non hanno tempo e si ripetono all’infinito, perché il mondo non cambia, l’umanità non cambia. La vicenda di Antigone, oggi è la stessa di centinaia di ragazze che oggi vivono in Ucraina o in Russia, in Israele o in Palestina. Così è per la Ortese. Damasa è lei o sarà domani una delle nostre figlie. D’altra parte neppure Napoli è cambiata dal 1953».

Anna Maria Ortese, una scrittrice esiliata

L’installazione intende restituire una casa ad Anna Maria Ortese, in città. Quella della sua giovinezza, al porto, venne distrutta dai bombardamenti. Dopodiché il suo fu un girovagare eterno e tormentato, prima tra i vicoli di Chiaia e poi in altre città che la accolsero quando Napoli le voltò le spalle. È il 1953 l’anno della sua partenza. Lo stesso in cui pubblica Il mare non bagna Napoli, il suo libro più famoso, che si conclude con un duro e disilluso attacco alla fragilità degli autori partenopei suoi contemporanei. Ciò le costò l’emarginazione dall’ambiente culturale cittadino e un esilio forzato che non finì mai. In un articolo sul Corriere del Mezzogiorno del 2018, lo stesso Tosatti lamentava come la più alta voce letteraria del Novecento napoletano non fosse mai stata riabbracciata dalla città. Quell’incantesimo di freddezza che la allontanò e che è ancora percepibile, vuol essere spezzato con quest’opera.

Le sculture di Giuseppe Vaccà, nonno di Ortese, nelle collezioni di Capodimonte.

In occasione della presentazione di Damasa, sono esposte all’ingresso della sala 82 due sculture intitolate Levriera che allatta i cagnolini e Gesù Nazareno, legate alla produzione di Giuseppe Vaccà (Carrara 1803 – Napoli 1871), nonno materno di Ortese. In Angelici dolori (1937), libro d’esordio, la scrittrice racconta un sogno, nel quale il nonno Giuseppe le apre le porte di una dimora fantastica: «Mistero bellissimo di questa casa – io dissi – che mi tiene incantata! Resterò sempre qui?». Nel corso di riflessioni condivise tra Gian Maria Tosatti e Sylvain Bellenger durante le attività di allestimento dell’opera, è emerso, infatti, quanto si possa riconoscere nella scrittura di Ortese l’influenza dell’arte visiva. La stessa scrittrice in una intervista del 1975, condotta dallo scrittore e drammaturgo Dario Bellezza, evocava una visita scolastica a Capodimonte, databile alla seconda metà degli anni Venti. Al fallace ricordo di infanzia si fondevano, in uno, reminiscenze, suggestioni e informazioni successive sulla collezione del Museo che, come istituzione, sarebbe nata solo più tardi 1957: «Vidi un Raffaello di piccole proporzioni. Tutte le altre cose che vidi le ho dimenticate, proprio perché quel Raffaello mi colpì. Rappresentava un cielo. E quel cielo – in qualche modo che devo ritenere straordinario – capovolgeva ogni idea che avevo sulla realtà, era più vero, più reale di ogni cielo del mondo reale».

La scultura è replica dell’opera di Joseph Got Greyhound suckling her two pupst  (1825), presente alla Chatsworth Sculpture Gallery in Inghilterra. Entrambe le opere si ispirano a sculture antiche raffiguranti levrieri, di cui alcuni esemplari erano presenti al Museo Pio Clementino di Roma e al Real Museo Borbonico di Napoli. Giuseppe Vaccà era attivo nella bottega di Bertel Thorvaldsen a Roma negli anni in cui sono presenti diversi artisti europei di cultura neoclassica, tra cui lo stesso Gott. Thorvaldsen, dai contemporanei considerato antagonista di Antonio Canova, fu frequentemente a Napoli e potrebbe aver fatto da tramite per il trasferimento in città di Vaccà. L’opera fu acquistata all’Esposizione borbonica del 1839 per essere esposta nelle collezioni reali napoletane. (Maria Tamajo Contarini)

Il riferimento ai modelli della scultura rinascimentale fiorentina e i dettagli di naturalezza espressiva rimandano ai modi puristi di cultura neoclassica, in particolare a Lorenzo Bartolini, scultore ufficiale della famiglia Bonaparte, nominato direttore della scuola di scultura dell’Accademia di Carrara (1807), città di origine della famiglia Vaccà. Della scultura, firmata sul retro J. Vaccà F.t, non si conosce la provenienza, ma probabilmente appartiene al nucleo di opere borboniche, perché registrata nelle residenze reali. (Maria Tamajo Contarini)

Gian Maria Tosatti: «È un grande onore quello che il Museo di Capodimonte mi fa dedicando permanentemente una intera sala a una mia opera. Forse eccessivo. Trovo il coraggio di accoglierlo solo perché mi pare di condividerlo con Anna Maria Ortese, a cui questa installazione è dedicata. Essa arriva qui dopo essere stata esposta nella Galleria Lia Rumma nel 2017. Allora lo spazio non prevedeva finestre. Era un luogo chiuso, intimo, spirituale. La richiesta di acquisizione da parte del museo è stata accompagnata dalla proposta di una sala in cui collocarla. E la prima cosa che il direttore Sylvain Bellenger mi disse, per parlarmene, fu che la stanza aveva una meravigliosa finestra affacciata sul porto. Ritengo questo il suo prezioso contributo curatoriale.

Ecco, le opere, come gli uomini e le donne, hanno delle storie; e, negli anni, imparano a cambiare. La finestra diventa oggi un elemento nodale e poetico dell’opera. Ormai indissolubile da essa. Con l’installazione del 2017 – che il museo aveva deciso di acquisire – restituivamo la Ortese a Napoli, dopo settant’anni di esilio. Con quella del 2023 – che abbiamo installato – restituiamo Napoli alla Ortese. E, forse, facciamo qualcosa di anche più profondo. Le ultime parole della scrittrice, mentre moriva all’ospedale di Rapallo, sono state: “Quanto è distante il mare? Mi piacerebbe vederlo per l’ultima volta».

Si ringraziano la Galleria Lia RummaVincenzo Modugno Srl Costruzioni e Restauri e Ales – Arte Lavoro e Servizi Spa, per il supporto tecnico-logistico per la valorizzazione.

Biografia

Gian Maria Tosatti (Roma 1980, vive e lavora a Napoli) Formatosi nel campo performativo, dal 2005 realizza installazioni ambientali site-specific, segno distintivo della sua ricerca. Dal 2008 al 2018 vive e lavora a New York, prima di stabilirsi a Napoli. La sua pratica coinvolge spesso le comunità connesse ai luoghi in cui le sue opere prendono corpo. Nel 2022 ha rappresentato l’Italia nel padiglione nazionale della 59. Biennale di Venezia. È l’attuale Direttore Artistico della Quadriennale di Roma per il triennio 2021-2024 e svolge anche attività di editorialista per Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore. Ha sviluppato mostre e progetti personali in numerosi spazi nazionali e internazionali, tra cui: Pirelli Hangar Bicocca (Milano, 2023), A4 Arts Foundation (Città del Capo, 2019); Manifesta 12 (Palermo-Catania, 2018); Homo Novus Festival (Riga, 2018); Museo Madre (Napoli, 2016); Hessel Museum del CCS BARD (New York, 2014). Scrive saggi di arte e politica.